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Il fastidio del “potente” maschio italiano per un valore aggiunto chiamato “Donna”

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Il 30 gennaio 1945 veniva approvato il voto alle donne, proposta arrivata da De Gasperi e Togliatti. L’ampliamento del suffragio al femminile non vide tutti d’accordo, tuttavia il 1 febbraio dello stesso anno venne emanato un decreto legge che conferiva il diritto di voto alle donne maggiori di 21 anni,  diritto che divenne realtà l’anno seguente, con le elezioni del 1946.

A coloro che rimpiangono i tempi di quando c’era Lui, è da ricordare che Mussolini promise e varò nel 1925 una legge sull’estensione del voto amministrativo alle donne: in pratica una grande presa in giro, anzitutto perché la legge era valida solo per alcune categorie di donne; poi perché si trattava di un voto, appunto, di amministrazione e non politico; ma soprattutto, perché il provvedimento ebbe la durata di tre mesi, dopodiché venne annullato. Questo dovrebbe far riflettere i nostalgici e soprattutto le nostalgiche, circa la reale situazione femminile durante la dittatura fascista.

Le Madri Costituenti furono le prime donne ad entrare attivamente al Parlamento, aprendo la strada alle nostre deputate.

La ricorrenza dell’approvazione del voto alle donne è stata il giorno dopo la rielezione di Mattarella a Presidente della Repubblica, avvenuta sabato 29 gennaio. La speranza prima, l’illusione e poi la conferma che non ci sarò nessuna Presidenta sono, a mio avviso, la dimostrazione di quanto la questione di genere sia stata il paravento dietro al quale è stata giocata la partita al Quirinale.

Una donna al Colle è stato il ritornello dell’ultima settimana: Belloni, Casellati, Cartabia, Moratti, sono state scartate una dopo l’altra per motivi apparentemente legati alla incompatibilità del ruolo svolto finora con quello della massima carica dello Stato, oppure perché troppo “politiche”. Non che i nomi maschili siano stati trattati meglio, sia chiaro, ma l’ipocrisia della parità si è finalmente palesata. Non sia mai che una donna venga eletta: per una che vale ce ne sono almeno dieci, di uomini, della stessa levatura quindi perché scegliere lei? L’uomo comune può digerire una Merkel perché la Germania non è dietro l’angolo; o una von der Leyen perché in finale si tratta della Commissione Europea, mica del Quirinale. Ma poi, quando la parità di genere diventa una questione pubblica, tutto cambia. Salvini ha predicato di una donna al Colle per cinque giorni, e poi ha esordito col nome di Mattarella. Il centro sinistra, da parte sua, non mi pare che abbia mai proposto un nome femminile. E allora di cosa stiamo parlando, se non di un maschilismo sotterraneo e globale, che non riesce a trovare un solo nome proponibile, una sola deputata o “alta personalità”, così come strombazzato dai politici, in grado di assurgere al ruolo di Presidenta?

Sarebbe stato così destabilizzante per l’immagine italiana all’estero? Davvero la geopolitica mondiale  ha richiesto Draghi e Mattarella come garanzia di continuità, solvibilità e serietà del nostro Paese? Ad ogni modo, il prossimo anno si svolgeranno le elezioni politiche e gli equilibri probabilmente cambieranno, vista l’evoluzione o forse sarebbe meglio l’involuzione di alcune forze, come ad esempio i 5Stelle. Forse Mattarella, riconfermato al prossimo mandato, non resterà per sette anni, vista anche l’età. Sarà finalmente la volta buona? Potrebbe essere, e speriamo che sia femmina.

 

(31 gennaio 2022)

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